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Morris. L’uomo che non voleva essere il più ricco del cimitero

Il primo giorno dell’anno ci ha lasciato molto silenziosamente uno tra i migliori imprenditori dell’ultimo secolo: Morris Kahn.

Probabilmente in Italia il nome dice poco a molti. Qualcuno potrebbe averlo incrociato nel 2019 durante l’impresa di SpaceIL e della missione Genesis, il primo lander privato a raggiungere il suolo lunare.

Ho conosciuto Morris nel 2012. In più occasioni Morris mi ha aperto le porte di casa e del suo ufficio. Ogni incontro lasciava in me sempre la stessa sensazione: stupore. Cosa mi stupiva di lui? La sua continua curiosità e disponibilità al confronto anche con chi, come me, aveva molti meno anni di lui e molta meno esperienza del mondo.

Con Morris condividevamo il giorno del compleanno, il 5 marzo. Era nato nel 1930 a Benoni, da una famiglia di origine lituana. Nel 1956 si trasferì in Israele con la moglie e i figli. Come accade a molti imprenditori, il suo percorso non fu lineare: diversi progetti iniziali non andarono a buon fine.

La svolta arrivò nel 1968, quando vinse la gara per prendere la guida diYellow Pages. Da quell’esperienza nacque poi il gigante Amdocs, fondato nel 1972 insieme a Shmuel Meitar. Negli anni l’azienda sarebbe diventata un leader mondiale nei software e nei servizi per le telecomunicazioni.

Morris parlava del fallimento con una lucidità rara:

“Young people today are afraid of failure. But my message is: failure is not a disaster. I succeeded only because I didn’t give up.”

Ed era coerente con ciò che diceva. Basta guardare l’elenco degli investimenti che ha sostenuto nel corso della vita per capire quanto fosse visionario. Molte delle sue iniziative più recenti riguardavano il settore medico, alcune avviate addirittura dopo i 95 anni.

In una delle sue ultime interviste a CTech dichiarò:

‘Shoot me if I make another investment,’ because at this age I should just focus on what I’m already involved in. I swore to myself I was done—but I’m probably addicted to the satisfaction of being part of something that can change lives. It gives me a sense of meaning.”

Forse, però, il suo investimento più importante non è stato economico.

Sono stati decenni di filantropia e di fiducia nelle persone.

Morris ripeteva spesso:

“Non miro ad essere l’uomo più ricco del cimitero” 

E anche nella filantropia manteneva lo stesso approccio imprenditoriale che applicava negli affari: voleva comprendere, partecipare, contribuire personalmente allo sviluppo dei progetti. Non si limitava a finanziare idee: desiderava vedere concretamente l’impatto generato.

Tra le organizzazioni che ha contribuito a creare c’è LEAD, realtà che sviluppa programmi formativi per le nuove generazioni in Israele. Unica nel suo programma, LEAD ha dato la possibilità a centinaia di ragazzi di sviluppare competenze strategiche personali e professionali.

Nel 2013 mi sono avvicinata a LEAD dopo aver compreso quanto il suo approccio alla leadership fosse diverso da quello che avevo incontrato fino a quel momento. È proprio in LEAD che ho conosciuto Morris.

Nel 2016 il team direzionale mi ha permesso di fondare LEAD Italia. Per alcuni anni è stata per me una straordinaria palestra di crescita personale e professionale.

Molti dei percorsi formativi che oggi progetto nelle organizzazioni nascono proprio dagli apprendimenti maturati in quell’esperienza e dal confronto con alcuni tra i più autorevoli esperti internazionali di leadership.

Ma soprattutto, il mio impegno verso le nuove generazioni trova lì una delle sue radici più profonde.

A Morris e a Eliav, il past CEO di LEAD, devo molto: visione, fiducia, insegnamenti e opportunità che hanno contribuito a plasmare la professionista che sono oggi.

Morris Kahn lascia certamente aziende, investimenti e progetti straordinari. Ma credo lasci soprattutto un modello di leadership curiosa, concreta e profondamente umana, intergenerazionale, capace di continuare a credere nei giovani, anche quando i giovani fanno ancora fatica a credere in sé stessi.